Antonio Moresco, il dottor “crisis”

Video: https://youtu.be/4QmxDoN7540
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Continuazione lettura degli Esordi, che avevo paragonato a Lynch.
Dopo tesina della maturità sull’allora sconosciuto Moresco ho continuato a leggerlo solo in determinati momenti di crisi, perché Moresco è “crisi”, spaccatura, nel significato di gr. “crisis”, rivolgimento, dionisiaco, opposto ad apollineo, anche se, visti i tempi, ha sempre meno del tradizionale dionisiaco e da “crisis” diventa, nel Canto di D’Arco, sempre più verso il fumettone che ha poco da dire sia stilisticamente che nei contenuti.

La sua cifra stilistica è il mantra-ripetizione infinita dello stesso ritmo con effetti appunto mantrici, stranianti e meditativi simili alla lingua del gramelot di Dario Fo, cioè quello che per i praticanti di meditazione è il “gibberish”.

Tutt’altra cosa la sua parte politica e umana, più presente in Zio Demostene, e in tutti i suoi articoli di “sconfinamento”, giornale il Primo amore, e le “missioni” di pace, per es. quella a Sarajevo.

Fondamentale nella suo processo di emersione attiva nella socio-politica e letteratura il lavorio e i numerosi editori che ha passato, tra questi il grande passaggio della sua trilogia dell’Increato da Enaudi a Modadori, dove poi ha avuto ulteriori nuove edizioni anche con cospicue modifiche di contenuto e di ritmo.

Ripeto però che dopo la rivoluzione linguistica operata a fine novecento da Carmelo Bene colpisce di Moresco più il salmodiante ritmo sempre uguale per migliaia di pagine che col suo effetto straniante lo avvicina alla tecnica del mantra. Anche i contenuti nel loro controrealismo, privi di tempo e spazio fanno pensare a qualcosa di realistico nella meccanica quantistica, però qui Moresco rimane molto vago e poco conclusivo.

Come Lynch crea quindi quel clima da “crisi” esistenziale.

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