Carmelo Bene e Carlos Castaneda

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“Lorenzaccio è quel gesto che nel suo compiersi si disapprova. Disapprova l’agire. E la storia medicea, dispensata, non sa di fatto stipare questo suo enigma eroico; ha subito e glorificato di peggio, questa Storia. Ma le cose son due: o la Storia, e il suo culto imbecille, è una immaginaria redazione esemplare delle infinite possibilità estromesse dalla arbitraria arroganza dei ‘fatti’ accaduti (infinità degli eventi abortiti); o è, comunque, un inventario di fatti senza artefici, generati, cioè, dall’incoscienza dei rispettivi attori (perché si dia un’azione è necessario un vuoto della memoria) che nella esecuzione del progetto, sospesi al vuoto del loro sogno, così a lungo perseguito e sfinito, dementi, quel progetto stesso smarrirono, (de)realizzandolo in pieno”. Da Carmelo Bene, “Opere con l’autobiografia”, Lorenzaccio

Un concetto simile con delle sfumature e tradizioni diverse tra la “mistica” occidentale di Bene e l'”intento” della tradizione sciamanica tolteca (messicana) spiegata da Marco Baston e portata avanti da Carlos Castaneda, riti che sfiorò anche Antonin Artaud nel suo teatro della crudeltà, e nel suo viaggio in Messico, che lo portò alla pazzia.
Entrambi spiegano che non siamo noi ad agire, ma ci armonizziamo al tutto, essendo agiti, mentre il soggetto si disfà: differenza tra atto e azione per Carmelo Bene. Il soggetto per Bene non è altro che un subiectum cioè un assoggettamento che impedisce la libertà.

Castaneda e Bene hanno un pensiero simile anche sul vuoto che per Bene non è il nihil, il nulla (per gli ebrei è ciò da cui tutto ha origine). Entrambi dicono qualcosa di molto speciale: il vuoto è la fonte del pieno e non viceversa come potrebbe sembrare nel pensiero comune.
Carmelo Bene ebbe a dire: “Noi non siamo in ciò che siamo, siamo in quello che ci manca, sono un mancato da per sempre”.

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