Canto di d’Arco – Antonio Moresco

E’ la storia di uno sbirro morto che attraverso “metafisici” paesaggi notturni (in realtà abbastanza già visti al cinema, niente di “visionariamente originale”) indaga sul perché i bambini della città dei morti hanno iniziato a cantare. Non scoprirà mai il vero motivo, ma quello che conta è il viaggio.

Una prima origine del canto dei bambini è che piangono e accolgono la morte dei bambini che passano dalla città dei vivi e arrivano nella loro città dei morti. Le spiegazioni non si spingono oltre questi termini.
Nel complesso il libro è di facile lettura e stimola qualche riflessione profonda qua e là anche se è eccessivamente lungo e disorganico, seppure già migliorato rispetto a L’Addio, di cui i primi capitoli, con qualche piccola correzione di stile sono ripresi pari pari. Un libro voluminoso e unico, nel suo genere, per passare serenamente, ma senza eccessive pretese di complessità o senso di avvincente una serata prima di addormentarsi.

Qui entra Klossowski (“quel capolavoro di medievale perversione” lo definiva Carmelo Bene) in cui facevano da protagonista gli spiriti e flussi d’aria. Nel libro di Moresco questo è molto simile: protagonisti sono i fiati e i canti dei bambini, la loro voce, attraverso le tubature dei grattacieli, e di cui lui non trova l’origine.

Sorta di “scienza dei flussi”, alla Klossowki (Il Bafometto, di cui fu grande amico Carmelo Bene), questo moderno romanzo ricorda un “fumettone” più che un “thriller metafisico” come recita la quarta di copertina, nondimeno è un libro molto interessante sia perché costituisce l’apice di uno scrittore che ho sempre seguito Antonio Moresco, sia perché è in effetti un unicum nel panorama della letteratura attuale

Però a fine lettura ritornerò a pensare a questo libro e scriverò se le mie opinioni fossero cambiate.

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