Simboli e postmoderno: i casi di Joyce e Carmelo Bene

Due citazioni incredibilmente simili: una dell’italiano (forse l’unico antistrutturalista) Carmelo Bene nella sua autobiografia, l’altra del suo maestro, ma più famoso: Joyce nell’Ulisse.

“Ora, quando si narra una sia pur sintetica autobiografia, che fondandosi sul proprio non-esserci, sull’abbandono, sulla mancanza, non può che lasciarsi stilare dall’immaginario di questo stesso reale si vuol dire che Otranto fu visitata da una storia che, inclusa la strage dei Turchi, fu e continua ad essere il culto (cultura) di tutte le altre storie che quell’evento storico estromise. Otranto. Culla delle storie estromesse. Lutto oltremare.”

“Se Pirro non fosse caduto ad Argo per mano di una vecchiaccia, o Giulio Cesare non fosse stato ucciso a coltellate. Cose che non si possono abolire col pensiero. Il tempo le ha segnate col suo marchio, e in ceppi dimorano nel luogo delle infinite possibilità che esse hanno estromesso.”

La storia non esisterebbe perché non tiene conto di tutto ciò che non è accaduto (estromesso), ma sarebbe potuto accadere. Questo pensiero, contro le convenzioni, indica che la nostra vita è un esordio continuo, fatto di infinite possibilità.

Ma c’è di più: la difficoltà dell’interpretazione. Il simbolo dei Turchi in Carmelo Bene, e degli Irlandesi in Joyce.

I simboli nelle opere post-moderne non sono spesso simboli condivisi, ma personali. Del resto oggi non c’è un universo simbolico uguale per tutti come potevano essere i simboli cristiani nel medioevo, oggi è tutto un po’ più arbitrario. In questo sta la difficoltà di queste opere, ma anche la loro originalità. Due esempi: L‘Ulisse di Joyce e Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene.

Per esempio in una grande opera come l’Ulisse di Joyce si continuano a creare incomprensibili battibecchi con gli inglesi. Gli inglesi per Joyce sono il simbolo del nemico a tutti livelli: politico (nel cap. 2), teologico (nel cap.1), e quindi anche personale (sempre). E’ un simbolo personale che sarebbe improprio ridurre a questo: sono semplicemente ‘gli irlandesi’, i nemici, di qualunque genere di nemici si tratti.

Parentesi psicologica. Nei deliri, non a caso, i matti, realmente, non parlano di problemi concreti, ma se la prendono con le razze: i cinesi, gli americani che inquinano il mondo. Sono dei matti politici? Ha a che fare col Dna? Non lo sa, ma fateci caso (magari se siete psicologi o se fate un giro per cliniche)

Carmelo Bene, tra l’altro un grande lettore di Joyce, in Nostra Signora dei Turchi tornano continuamente i Turchi. E chi sono? Non vengono descritti in modo particolareggiato, sono semplicemente i nemici: gli impediscono rapporti autentici con gli altri, di realizzarsi, di appagarsi con le donne. Insomma, dei nemici simbolici, simboli in uno psichismo. Unica chiave di lettura per i simboli post-moderni quindi è la psicologia/psicopatologia o meglio biografica?
In sede definitiva probabilmente sì, da unire a tutte le interpretazioni storiche e politiche sull’ambientazione e sui Turchi e Irlandesi. Ma i significati storici se ci sono sono in secondo piano in queste due opere.

Stephen Dedalus, protagonista dell’Ulisse di Joyce, è un professore che “dimostra con l’algebra che lo spettro di Shakespeare è il nonno di Amelto”. Cosa che lo avvicina al lavoro sugli amelti di Carmelo Bene, le opere continuamente citata nell’Ulisse di Joyce sono, tra le altre, l’Amleto e l’Odissea. In effetti anche molti altri testi, tra cui canzoni e opere popolari irlandesi e inglesi, l’Ulisse è un vero ricettacolo di citazioni provenienti da ogni parte del mondo.

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