Da Antonio Moresco all’Iliade

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Leggere l‘Iliade partendo da quello che ne pensa il nostro contemporeneo scrittore Antonio Moresco nello Sbrego significa leggere una gemma presa da chissà dove, nata in effetti chissà quando (nonostante le numerose ipotesi); significa leggere qualcosa di antico, ma nello stesso tempo che potrebbe essere stato scritto ieri.

Questo poema è più moderno e aperto (nonostante le stridule letture di chiunque, e a scuola, che si porta dietro) di qualsiasi poema cristiano. Un poema pagano e nello stesso tempo religioso. Nella sua grandezza gli uomini sono sotto gli dei i quali però sono assenti. Quindi l’uomo non è sotto un dio, ma neanche nello stesso tempo è libero (la libertà dell’Umbermensch niciano non è che un’altra schiavitù). LIiliade dà una risposta naturale: si può pregare e sperare che vada bene, ma poi non si sa. Gli dei, il caso, chi lo sa.

Certo il fatto importante non è il litigio tra gli dei, come invece molti dicono, ma il fatto che anche gli dei litigando sono di fatto sottoposti al Caso quanto gli uomini: quindi l’uomo può pregare, ma poi non può far altri che metterci tutto se stesso perché non sa nulla. O meglio si tratta di diversi livelli: il livello dell’uomo che non può che affidarsi agli dei; gli dei stessi che litigano e quindi anch’essi in balia del caso: gli uomini in balia di un doppio caso dato che sono inferiori e più distanti dal divino (stessa teoria di Uspenskij, coevo di Dostoesvkij).

La risposta dell‘Iliade è modernissima e esprime un libero pensiero che ancora oggi ci fa parlare del fatto che i Greci, nel famoso loro misto anticipato, aveva capito sottotraccia molte cose che ancora oggi, con dalla nostra parte neuroscience e quant’altro, crediamo di avere scoperto.

Tra l’altro la nuova traduzione nella nuova edizione Mondadori è elegante ma comoda. La traduzione è comprensibile e poetica e preceduta da un saggio sull’oralità molto interessante.

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Essendo Moresco un antistrutturalista probabilmente è affascinato proprio da questa aura anti-monoteista e anti-strutturalista (appunto) del poema. Certo, a quel tempo, più che di anti-strutturalismo bisognerebbe parlare semmai di una condizione naturale in cui non c’era neanche bisogno di specificare che lo strutturalismo (che poi è arrivato dopo le nostre guerre) è sbagliato.

Ora però vogliamo qualche esempio di questo che tu dici, questa modernità assoluta dell’Iliade. Ecco qualche esempio:

p.13 (del libro Mondandori sotto l’immagine): trucidare l’Atride o invece frenare la collera e soffocare l’impulso/ Atena (…)gli afferrò la bionda chioma palesandosi solo a lui: non la vide nessuno
Ventimila anni prima la psicologia e i punti di vista individuali, cioè la realtà che cambia e che solo qualcuno vede variando da soggetto a soggetto

p. 13 sei forte ma questa forza te la donò un dio / va e torna a casa con navi e compagni
Dentro di noi c’è qualcosa che non controlliamo, le neuroscienze hanno parlato di una seconda parte animale

Atena è mandata da Era, come Beatrice mandata dalle Donne Pie nella Commedia, sempre la stessa situazione giusto un po’ di anni prima, per placare l’ira dell’ eroe, promettendogli in futuro un doppio dono per le sue sofferenze (un po’ di morale cristiana ce ne abbiamo? Sì, ed è una banale imitazione di quanto era stato già detto qui: il premio per la sofferenza nel futuro paradiso).

L’Iliade quindi, per dirla con Nietzsche, sarebbe più barbarica e l’Odissea più neoclassica, quasi umanistica ante-litteram.

A proposito della modernizzazione dell’Odissea e dei drammi di Shakespeare ha fatto un lavoro incredibile Joyce nel suo Ulisse.

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