Carmelo Bene vs Antonio Moresco sul suono e la poetica (antistrutturalisti italiani)

Un paragone fra un aspetto di due giganti: il fu Carmelo Bene e il nostro contemporaneo Antonio Moresco, unico continuatore inconsapevole del pensiero di Bene sul sonoro

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Il ritorno dell’orale nella pagina scritta, Antonio Moresco scrive direttamente i suoi lavori come se parlasse, quindi non li ricorregge, non li riguarda mai (così ha dichiarato), non li cambia perché per lui lo scritto non è ‘il morto orale’ di Carmelo Bene, è uno scritto sonoro, come per Bene quando dice ‘tutta la storia è la storia della phoné’, allora per Moresco la scrittura è ‘scrittura orale’. Ne espone teoricamente su questo proprio all’inizio di Lo sbrego.

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Bisogna aggiungere, in definitiva, come avrete notato anche dalle rispettive citazioni negli altri articoli, che Bene scrive con un ritmo più moderno, più parlato, tutt’oggi più orecchiabile, mentre quella di Moresco è una prosa ‘parlata’ certo (da lui), ma più prolungata, più antica, a volte quasi troppo lungo e lento per essere capito, un parlato antico, a volte sembra quasi in traduzione (come la lingua di Italo Svevo); infatti all’inizio dello Sbrego dice “io non so cosa faccio quando leggo (…) fissare una pagina”. Non a caso i riferimenti culturali di Bene, come dice nella Voce di Narciso, sono perlopiù Basso Medievali (lo stereotipo gotico del frate, del maledetto nasce lì), di Moresco invece, come dichiara nello Sbrego, sono molto più antichi: L’iliade di Omero e la Storia di Genji di Shikibu Murasaki.

Diversa, più immediata, la prosa di Carmelo Bene, che anche lui parla però della vista e dell’udito: ‘Anche nell’animale umano la percezione del suono precede – ma di tanto! – la sua nascita: questo venire al buio (altro che luce). Nelle acque materne ci-sentiamo: siamo informati dai rumori (elettro)domestici esterni. Registriamo passivamente i grumi d’un discorso, che non ci appartiene (che nella vita a seguire – ho detto altrove – non apparterrà mai comunque al soggetto parlante). Quanto a veder-ci, una volta al “mondo”, dovremo pazientare un bel po’ di giorni. Nella nostra avventura fisiologica è dunque l’audio a precedere il visivo. A dispetto della velocità del suono e della luce.’

Questa citazione presa dall’Autografia di Carmelo Bene, attore e scrittore, riassume il suo pensiero sul sonoro. Questo pensiero lo porterà nel 1986 a diventare ‘macchina attoriale’ nel passaggio dal teatro agli spettacoli-concerti. A livello teorico il significante doveva precedere il significato.

Nel confronto tra i due non dimentichiamo la figura onnipresente della donna: bambina, fata, santa nelle fiabe di Moresco; la Santa dappertutto in Bene e specificatamente in Nostra Signora dei Turchi nelle vesti di Santa Margherita. Anche se sembra strano dirlo i due sono in fondo colleghi: Moresco stesso nel 2000 (mentre quindi Bene era in vita) rappresenta La Santa, uno dei suoi pochi testi teatrali, proprio a Roma al beniano Teatro Argentina. Certo Moresco non è principalmente un drammaturgo, ma chissà se i due si sono conosciuti, almeno per nome, in quel breve arco di attività che li ha accomunati, avrebbero capito di avere molti punti di contatto; due caratteri diversi.

Nel 2000 a riprendere il concetto della predominanza del sonoro sul visivo, sempre però dal punto di vista della scrittura, è Antonio Moresco: ‘Perché il visivo diventi visione deve passare anche attraverso l’esperienza della cecità’ (il Vulcano, 1999, cit. p. 96 di Uno scrittore Visionario). Infatti prosegue: ‘la visione deve scaturire da dentro, la musica deve scaturire da dentro’.
Il fuoco, il centro della poetica di Moresco, nella sua scrittura materica realistica ma allo stesso tempo diretta, è inteso anche come il fuoco della percezione visiva: a trent’anni gli viene infatti diagnosticato un nistagmo, uno spasmo muscolare oculare probabilmente nervoso.

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‘L’unica cosa buona che ho avuto come scrittore è che sono stato sotto terra, da solo, fino all’età di quarantacinque anni, con il mio piccolo, stupido sogno. E’ da li sotto che ho fatto tutto, fantasticato tutto. (Lo sbrego, 2005, cit in Uno scrittore visionario p. 94). Infatti Moreso pubblicherà solo nel 1993, per la prima volta, Clandestinità.

Al contrario Carmelo Bene rimproverava allo Stato di ‘non trascurarmi abbastanza’, riferendosi all’oppressione, alla mancanza di libertà che sentiva addosso, a causa del ‘Ministero del Turismo (e dello Spettacolo) mancato’, che tentò di far abrogare, ‘e che poi fu veramente abrogato, a furor di popolo’.

Ma Moresco invece dice: ‘ho bisogno di tornare sotto terra, da dove sono venuto, ho bisogno di ricongiungermi a quella dolorosa libertà e a quella forza, a quella parte di me stesso dalla quale non mi sono mai separato e che è rimasta sempre là ad aspettarmi’ (L’addio). Questo gli permette il fuoco continuo dell’esordio, di esordio in esordio, descritto nel primo libro della mastodontica trilogia dell’Increato: Gli Esordi.

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Entrambi per esprimere il concetto di esaurimento delle forme del ‘900 e successiva necessità di rivoluzionarle, esordendo nuovamente (Moresco con Gli Esordi) o addirittura superando qualsiasi forma (Carmelo Bene con Nostra signora dei Turchi) usano il concetto e il termine di ‘esplosione’.

‘Dante ha un debito, confessato del resto, nei confronti di Arnaut Daniel che rimane tuttora il mio poeta-trovatore preferito, nonostante i noiosi gli rinfaccino certa “meccanicità” nei “richiami” da una stanza all’altra, la sua strofa provenzale quanto mai matematica che sconfina nel “virtuosismo” (e non si dovrebbe comunque trascurare che i versi trobadorici si cantavano con accompagnamento di liuti ecc.). Ma il suo artificio è un fuoco d’artificio e tuttavia essenzialissimo, di parola esplosa, campita da un lato, e dall’altro anche campata in aria. Daniel è nobilitato da una grazia irripetibile che ne fa a tutt’oggi “lo miglior fabbro”.’ (Carmelo Bene nella Voce di Narciso)

E sempre lì: ‘Affrancato dal tempo, il teatro della trinità aristotelica è, finalmente (dopo millenni), esploso, per convertirsi (sperdersi) nel non-luogo del teatro, oltre “questo” e/o “quel” modo: ricerca di ciò che non si vuole trovare (che si vuole non trovare, per scongiurare il reperto del trovarobato linguistico che squalificherebbe l’impossibilità della ricerca nel poverismo artistico del modo, nel possibile storico della testimonianza e della critica)’.

In Moresco il termine ricorre di continuo come un’esplosione che apre un varco (una parete di luce, come il suo omonimo saggio), che apre una fessura per superare un varco dimensionale (come succede in Canti del caos) o passare dalla città dei morti a quella dei vivi e viceversa (in L’addio e Canto di d’Arco); sopratutto all’inizio nel suo ‘epistolario esploso’: Lettere a Nessuno, il suo lavoro più teorico: ‘nelle dolorose operazioni di modificazione di tutte le strutture e le forme del mio stesso cervello, mentre so bene che le funzioni e le forme stesse della scrittura sono ormai esplose, azzerate, e che tutto questo fiorire inerziale e lattiginoso di testi, tra il quale non si apre per me alcuna fessura o possibilità’

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Sempre lì spiega: ‘Gli esordi o Canti del caos, forse anche perché ti veniva tolta una struttura di interpretazione della realtà a cui sei abituato (ma che a me sembra – scusa la franchezza – questa sí autoreferenziale, funzionale, letteraria, moralistica, consolatoria e di testimonianza rispetto alla sfida che viene invece posta allo scrittore dalla realtà esplosa e quasi senza retroterra di questi anni)’.
Si riferisce di nuovo alle forme, alle strutture, e alla scrittura. Un imparentato antistrutturalista di difficile collocazione come Carmelo Bene per cui ‘la parola scritta è il morto orale’.

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