Fargo (doppio fratelli Cohen) film e serie

Che siate qui per la serie Fargo (al momento disponibile in blu ray su Amazon o su Netflix giappone cambiando il Dsn di Netflix con apposita applicazione) o per il film del 1996 sono comunque entrambi dovuti alla geniale coppia dei fratelli Cohen, i registi del Grande Lebowski (1998), il personaggio che ha generato la filosofia del drughismo, qui il suo vangelo.

I prodotti sono molto diversi anche se entrambi ‘da una storia vera’ (così viene detto) e ambientati nella cittadina di Duluth. Un dramma incalzante e coinvolgente perché presenta subito in entrambi i casi (serie e film) il conflitto uomo-donna. Una donna incinta che indaga su due omicidi (poi crescono uno dopo l’altro), ma l’opinione del regista sembra essere quella del ricatto femminile dei figli (infatti la stessa poliziotta causa il disorientamento del marito, che nella serie è proprio l’assassinio in persona).

Insomma, questo tema caldo fa riflettere ed è/sarà sempre attuale. Nel film la società, non senza essere aspramente criticata ha la meglio sui delinquneti di ogni genere, anche se ci si chiede se non sia una società così restrittiva a generare gli stessi delinquenti che poi punisce. Però nella serie si empatizza di meno col protagonista, che difatti muore, perché è davvero spietato. Mentre nel film si capisce che in un certo senso i due ladri sono la parte lesa.

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Si tratta di una serie antologica, nel senso che è considerata perfetta (=di qualità filmica) in ogni puntata, laddove di solito le serie non sono così costanti, io sono d’accordo, poi non a caso è stata girata da due registi già affermati nel cinema, come quando David Lynch ha creato Twin Peaks. Fargo è anche una serie episodica nel senso che ognuna delle tre stagioni è a se stante e nessun personaggio, storia o attore ritornano. Io consiglio e preferisco la prima stagione, l’unica avvincente e collegata col film dei Cohen.

Entrambi hanno anche in comune l’estetica elequente della neve gelida e dei paesaggi e ritmo tarantiniano che sono coerenti con la storia.

I Cohen hanno sempre fatto film problematici, profondi (Barton Fynch, Il grande Lebowski, Ave Cesare, Non è un paese per vecchi, quest’ultimo tra l’altro tratto da un romanzo di Cormac McCarty), è sempre un piacere e una riflessione assicurata vederli. La differenza con il cinema ritenuto classico o impegnato (Kubrick per es.) è che la regia è meno quadrata e oggettiva, problematizza poco, non mette domande nello spettatore, piuttosto riesce a esprimere a trecentosessanta gradi l’opinione precisa del regista.
D’altro canto, proprio come in Kubrick, ogni film ha un tema a se stante, ma riconoscibilissimo nella poetica dell’autore.

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