I film di Pirandello e D’Annunzio durante il fascismo

Negli anni in cui George Eastman inventava il cinematografo nel 1885 due protagonisti discussi dell’epoca Gabriele D’Annunzio e Luigi Pirandello davano alle stampe i loro capolavori (almeno così ritenuti molti decenni dopo). Il Piacere di D’Annunzio è del 1889 e Il fu Mattia Pascal del 1904. I due nacquero nello stesso decennio e D’annunzio morì due anni prima.

Il fascismo non esiteva ancora e D’Annunzio aveva già immaginato un regno ideale di cui poteva essere sovrano, non democratico, ma retto dalla poesia e dall’amore per l’arte antica. Non si sbagliava di molto. Peró non poteva sapere di stare già coltivando un immiaginario di massa che avrebbe contraddistinto l’età del fascismo. Non poteva sapere che di lì a poco sarebbe stato stipendiato dal regime per non fare nulla (Mussolini aveva paura della sua crescente popolarità di massa).

Sia D’Annunzio che Pirandello non videro la fine del fascismo, col quale avevano solidarizzato, per poi staccarsene nel momento della svolta autoritaria. Entrambi si occuparono di cinema, Pirandello come critico, nei Quaderni di Serafino Gubbio operatore e D’Annunzio proprio per il regime.

D’Annunzio lavora già prima nel cinema dando sia i suoi soggetti romanzeschi sia inventandone di nuovi come l’intramontabile Maciste, con cui inconsapevolmente stava contribuendo a formare l’immaginario di un’epoca. Fu un perfetto creatore di quel clima leggendario e antico che aveva il regime.

Negli anni della guerra realizzò il suo sogno di creare uno ‘stato della poesia’ con lo Stato di Fiume e la Carta del Carnaro (durò due anni), oltre a mostrarsi come eroe di guerra in varie occasioni pericolose.

Pirandello ebbe una vita più appartata e poteva vivere di rendita grazie alla ricchezza della famiglia (che gli mandava assegni anche quando era sposato!). Fu anche librettista d’opera e seguace della psicoanalisi ma aderì solo per convenienza al regime senza esserne mai un sostenitore.

fell free to comment