Il flusso di coscienza e il piano sequenza in Faulkner e Joyce

Anche se non sappiamo chi abbia inventato il flusso di coscienza per primo, sappiamo che lo usarono con maggior successo Virginia Woolf, William Faulkner e Joyce, in America, in Italia solo Svevo. Il critico Harold Bloom li inserisce tutti nel canone occidentale.

Il flusso di coscienza, quasi come una tecnica cinematografica, annulla lo spazio-tempo in favore di un flusso in eterno presente, qual è la simulazione di un flusso di pensiero.

Bisogna dire che è più difficile dire per una ‘tecnica’ letteraria chi sia stato l’inventore che indicare l’inventore del piano sequenza, tecnica oggettivamente più riconoscibile, che corrisponde per il cinema al flusso di coscienza, usato dal messicano Innaritu in tutta la sua poetica. Il paragone può sembrare forzato, ma persino Carmelo Bene parlava di ‘più grande maestro del montaggio’ a proposito di Joyce e lo considerava il migliore ‘cineasta’ del suo tempo, questo per suggerire che in un certo senso anche con le parole si può fare o non fare cinema.

Il maestro del flusso di coscienza moderno è Joyce per cui il flusso è fatto paradossalmente da una sintassi franta e interiore, e usato in modo astratto. Faulkner lo usa in modo diverso, concentrandosi sui particolari esterni in modo concreto (l’ambientazione è western) in Mentre morivo e nei suoi altri capolavori.

Il flusso di coscienza corrisponde quindi al piano sequenza, mentre lo spessore psicologico dei personaggi alla profondità di campo, usata da Orson Welles per approfondire il protagonista di Citizien Kane, l’ultra-citato Quarto Potere.

fell free to comment